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Giovanni Testori: Lo sconosciuto di Ortisei

Corriere della Sera, Mercoledì 8 marzo 1985

Dipinti di Josef Moroder Lusenberg (1846-1949) in una Galleria di Bolzano Lo sconosciuto di Ortisei. Josef Moroder Lusenberg Galleria Goethe Bolzano, via della Mostra, 1 sino al 31 maggio


Vorremmo chiedere al lettore, che n’abbia conservato memoria, d’inserire la presente nota in quella serie aperta su queste pagine, l’agosto scorso, al titolo “Genio degli ignoti”; serie che si era fermata al secondo “ritratto” e che procede, dunque, seppure in diversi modi, e solo per rapidi accenni, con questo terzo, dedicato a Josef Moroder Lusenberg (1846-1939). Ne è occasione la presente, rivelatrice, bellissima mostra per la quale mai si elogerà a sufficienza la passione e il lucido coraggio intellettuale con cui il direttore della galleria, Ennio Casciaro, l’ha voluta e realizzata. In effetti, sulla carta, le difficoltà non erano poche. Prima fra tutte, quella di convincere i gelosi proprietari delle opere a lasciarle uscire dalle loro case, dislocate fra i monti, affinché potessero iniziare a dar testimonianza al mondo d’una personalità, tanto più commovente e grande, quanto più in vita era stata pudica, riservata, tetragona, anzi a ogni questua di fortuna e di fama, dunque, totalmente indifferente a ogni gesto che spostasse la mira della sua arte: che fu nulla più, ma neanche nulla meno, dell’amatissima e strettissima realtà della valle, del paese suo Ortisei, se non già del maso Scurcià, in cui ebbe a nascere, a vivere e a lavorare. Maso d’alta montagna, là, sotto le rosee ovvero innevate muraglie delle Dolomiti, che, per essersi depositato in lui come sistema stesso dei suoi pensieri e dei suoi nervi, della sua circolazione di sentimenti, di passioni e di sangue, finì col farsi centro e cuore d’una poesia assunta quale necessità elementare e primaria; giusto come il respirare, il lavorare, il mangiare, l’amare, il far figli (quindici ne ebbe) e lo stendersi, la sera accanto alla sposa, sui giacigli e così finalmente, riposare. Quel maso fu una sorta di derelitto trono d’umiliato altare; forse, l’una cosa e l’altra assieme; trono o altare, del quale Moroder, povero re suddito, saliva ogni giorno i lignei gradini per officiare, su piccoli fogli di carta la messa in atto del vero umano più dimenticato, più relegato e deietto; ma, non per questo, meno comprensivo del vero cosmico e totale. Solo una breve mostra, a Innsbruck, nel 1973, aveva fin qui rotto il silenzio fatto scendere su di lui dalla morte, quasi che “il Lusenberg”, come in valle veniva chiamato, non fosse cittadino atto ad entrare nel regno di madama la poesia e di madamissima la cultura; mentre ne era un umile, ma inobliabilmente vero e profetico testimone. A dire, tuttavia, quanta incapacità a intendere la critica mostrasse, basti rammentare come il suo nome venisse espunto dalla mostra, ben più ambiziosa, realizzata, sempre a Innsbruck e sempre nel 1973, al titolo di Malerei un graphik in Tirol 1900-1940 (“Pittura e grafica in Tirolo”), mostra nella quale cominciò a prendere luce e fama quell’altro, grande artista “ladino” che fu Egger-Lienz. Per altro più giovane di 22 anni e i cui inizi mal si intendono senza pensare ai modi nei quali la lezione monacense e, in particolare, quella di Defregger prese sangue e carne, appunto, “ladini” entro l’opera di Moroder. Nato in una famiglia di contadini, Josef aveva iniziato a disegnare e a dipingere come autodidatta. Avrebbe potuto uscirne, chissà, un sorprendente naif, come tanti altri, per vero ancora da scoprire, erano e sarebbero usciti lungo il crinale dell’Alpi. Ne venne invece fuori una sorta d’Holbein, inperterritamente dolce e severo: un’Holbein delle cascine, delle rocce, dei masi, dei monti, della loro gente e della di loro solitaria grandezza. Moroder si recò a Monaco per seguire i corsi dell’Accademia di Belle Arti solo nel ’76; e potrebbe sembrare questa la ragione del non essere stato, appunto, un naif. Non saremo certo noi a negare come la permanenza in Germania, durata fino all’84, abbia giovato al Moroder per sciogliere e far più adulti e liberi i propri mezzi e a dar credito e confronto, per dir così, europei, al suo mondo. Ma, opere e date alla mano, non possiamo non ricordare come quel mondo si mostrasse già pienamente, radicalmente e robustamente se stesso anche prima del viaggio; e come lo si mostrasse quale fatto di lingua e di stile figurali coscientemente e concretamente posseduti. Ore è proprio qui, che s’annida il segreto, tutt’altro che facile da sciogliere della poesia moroderiana. Forse l’unica strada da seguire per arrivare a comprendere qualcosa è ricorrere a quell’ultima forza di tradizione montana che se, per alcuni momenti dell’arte antica, qua e là è già stata disseppellita e raccolta, resta ancora da dissotterrare e leggere per quanto riguarda il secolo scorso e il suo versare, o passare, nel nostro. Come un artista, relegato a vivere nella più assoluta separazione, abbia potuto trovare la forza e la totalità stilistiche (d’uno stile, si badi, stretto all’essenza delle sue ragioni come alle proprie ossa, alla propria carne, alla propria fame e ai propri denti), quella forza, intendo, che Moroder rivelò in alcuni ritratti antecedenti la stagione monacense, sarebbe restato anche per noi un mistero inesplicabile se non avessimo avvertito rombare, dentro e dietro, la possente, montana e matutica “ladinità”. Si tratta d’una realtà e d’una forza di dialetto figurale, tenuto e usato per la sola lingua possibile, che in Moroder riuscì ad assumere, altra volta, la dignità e l’assolutezza caparbie e, insieme, tenerissime proprie alle lingue più isolate e desuete, quando riescono, a furia di necessità e di amore, a rispondere e ribattere alle lingue più consuete correlate ed elette. Una forza che a momenti, come nel memorabile Pittioda Merc (1874), che offriamo al lettore quale campione della serie di ritratti e di paesaggi, tutti straordinari, eseguiti prima e dopo il viaggio a Monaco, assurge alla completezza d’una ritualità scarna, ribalda e plebea, certo, ma poi umilmente solenne e sacra. Sulla linea delle più famose, dolenti effigi anarchiche, del secolo scorso, quella linea che trova uno dei pilastri nel Jean Journet di Coubert e, tuttavia, dieci anni, dicesi dieci, prima di quelle, che Van Gogh avrebbe eseguito a Etten (effigi di fronte alle quali questa di Moroder mostra di non cedere d’un solo millimetro), il Pitti da Merc, nelle sue esigue misure di foglio da carnet, è destinato a collocarsi e restare lì, stupendamente grande, proprio perchè completamente umile (e umiliato), a intrigare i metodi cari alle storiografie artistiche in uso. Insomma questo stralunato”apotre” gardenese, con la fila dei suoi altrettanto indimenticabili compagni, ci avvisa che, quando tutto sembra già chiarito e rivelato, tutto, nell’arte, va coraggiosamente riaperto. E di ciò sia lodato, con Dio, anche il nostro dimenticatissimo (ma d’ora in avanti osiamo credere, non più) Josef Moroder Lusenberg; e la serie che, prima o poi, anche le grandi Capitali dovranno decidersi a mettere in mostra, dei suoi inarrivabili acquarelli.

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